L’adesione all’Unione Europea è una punto di non ritorno nella storia politica, economica e culturale di qualsiasi Paese abbia il titolo per conseguirla. Per uno Stato come la Croazia, uscito dall’ultima delle guerre balcaniche solo da poco più di dieci anni, può essere considerata, se possibile, molto di più. Molte di più sono le difficoltà da superare, rispetto a entità nazionali che non vedono guerre sul proprio territorio da diversi decenni; molte di più sono le perplessità di un governo che solo per poco tempo ha potuto contare su una vera e propria sovranità sul territorio; ancora, molti di più sono i dubbi di una popolazione ancora culturalmente in attesa di una coesione definitiva, che si appresta ad entrare in una realtà ancor più nuova, ad un livello ancora più alto di integrazione.

Il 14 ottobre 2013 è scoccato il centesimo giorno “europeo” della Croazia ed è stata la prima occasione di stilare un bilancio dei mesi iniziali della nuova vita croata. Indipendente dal 25 giugno 1991, è un Paese con una storia tormentata, fino agli accordi di Dayton del 1995, da forti conflittualità interne. Si tratta del secondo Stato della regione, dopo la Slovenia, a far parte dell’Unione Europea. Il “battesimo” europeo del 1° luglio 2013, dopo 10 anni di negoziati (iniziati ufficialmente il 3 ottobre 2005[1], due anni e mezzo dopo la domanda di adesione del 21 febbraio 2003[2]), ha portato lo Stato balcanico all’attenzione dell’opinione pubblica europea per motivi diversi dalla guerra. L’ingresso nell’UE è avvenuto dopo che il Paese, da sempre considerato tra i più “europei”, sia dal punto di vista culturale che  geografico (ospita una grande comunità cristiana e ha da sempre avuto una proiezione adriatica con i territori dell’ex Istria italiana), aveva iniziato un processo di “occidentalizzazione” già con le adesioni al Consiglio d’Europa (1996) e alla NATO (2009).

PERPLESSITA’. Tra i primi a dubitare dell’ingresso croato in Europa sono stati i croati stessi, visto il dato della scarsa partecipazione (solo il 43% degli aventi diritto) al referendum di adesione, con il timore di perdere la sovranità politica ed economica in un momento in cui, in molti Stati del vecchio continente, erano maggiori gli euro-scettici piuttosto che gli europeisti convinti; altre critiche sono venute da chi, come il presidente della Regione Veneto Zaia, ha paventato un ingresso spropositato di manodopera a basso costo dell’est nelle zone, già ricche di disoccupati, dell’Italia del Nord;

OPPORTUNITA’. Dal lato opposto, molto numerosi sono i potenziali vantaggi di un ingresso croato nell’UE: ricongiungimento dei croati con la cultura europea dopo anni di “balcanizzazione” (è proprio il caso di dirlo) culturale; avvicinamento, a sua volta, dell’Europa con i Balcani (di cui la Croazia è esponente di spicco) e in particolare con la Serbia, con cui il governo di Zagabria sta riallacciando rapporti positivi dopo la convivenza forzata, e la Bosnia Herzegovina; apertura al commercio con l’estero, soprattutto per quanto riguarda i prodotti agricoli e gli Investimenti Diretti Esteri, e al turismo balneare, in particolare l’area istriana.

UN PRIMO BILANCIO. La Croazia è entrata in Europa in una situazione economica già “traballante”, simile a quella di molti Stati che in Europa, però, ci erano già: alto tasso di disoccupazione e di invecchiamento della popolazione, debito pubblico molto alto, settore dei servizi molto più sviluppato rispetto al primario e al secondario. Questi parametri fotografano una tendenza simile a quella degli Stati già sviluppati, come Francia, Germania o Italia, che però non sono stati attraversati da guerre come lo Stato balcanico: chi si aspettava dall’ingresso croato una spinta verso il ringiovanimento e un aumento degli investitori e della produttività, è rimasto deluso. Al contrario, è la Croazia a necessitare di aiuti economici, come gli 11 miliardi in fondi strutturali concessi dall’UE e da sfruttare da qui al 2017, che si spera bastino per sopperire al calo delle esportazioni (-11% rispetto al luglio 2012, un anno prima dell’ingresso nell’UE, secondo il CEFTA dovuti “al fatto che l’adesione all’Ue ha esposto maggiormente la Croazia alla concorrenza internazionale, oltre alla perdita dei privilegi che derivavano dall’appartenenza all’Accordo di libero scambio dell’Europa centrale”) e del turismo (soprattutto da parte di turchi, russi e ucraini, a cui oggi è richiesto un visto d’ingresso europeo).

Zagabria ha da subito dovuto affrontare una situazione paradossale: un Paese diviso all’interno per la presenza di minoranze serbe, bosniache, islamiche, cristiane, austriache, proveniente da un’esperienza di forzata unione in uno Stato multinazionale portato allo stremo delle forze da una guerra fratricida, è entrato in un’Unione mai davvero “unita” (se non dal punto di vista economico, e anche questo è in discussione oggi) per trovare la propria identità. Il primo, vero, disaccordo con l’UE è stato di tipo giuridico: una legge europea sul mandato di arresto comunitario, che prevede l’estradizione per determinati crimini, è entrata in contrasto con una legge interna che la vieta, ribattezzata “lex Perkovic” dal nome dell’ex capo dei servizi segreti del padre-padrone Tudjman (ex presidente croato degli anni Novanta), colpevole di un omicidio a Monaco e mai estradato, e ha portato alla minaccia di sanzioni nel caso in cui la Croazia non adeguasse la legge interna a quella comunitaria. Problemi interni sono legati invece alla situazione delle minoranze, in particolare: quella serba, i cui componenti ancora non sono stati adeguatamente risarciti dei danni da crimini di guerra da parte del governo croato e sono ghettizzati in quartieri chiusi; quella islamica, che solo negli ultimi anni ha avuto un riconoscimento pieno del proprio diritto di esercitare liberamente i propri riti al pari delle altre minoranze; quella che si potrebbe definire “anti-slava”, che in alcune manifestazioni a Vukovar è entrata in contrasto col governo di Milanovic per la decisione di adottare il bilinguismo e il doppio alfabeto cirillico-europeo in zone ad alta concentrazione serba, gruppo tendenzialmente odiato dai croati per i non lontani fatti di guerra. Altra situazione delicata per Zagabria è il nuovo ruolo delle donne, le quali si trovano in un Paese demograficamente “moderno” visto il basso tasso di natalità e il crescente tasso di istruzione, ma sono ancora poco rappresentate nelle istituzioni, poco presenti alle consultazioni elettorali e ancora in maggior parte disoccupate o sottoccupate. La Croazia sta però facendo passi in avanti nelle relazioni diplomatiche, sia cercando di recuperare errori del passato, con il disgelo con la Serbia grazie all’incontro del 16 ottobre tra i due Presidenti della Repubblica Josipovic (croato) e Nikolic (serbo), sia verso il futuro, con un incontro trilaterale a Venezia tenuto il 12 settembre tra i premier di Italia, Slovenia e, appunto, Croazia, in cui si è parlato di collaborazione dal punto di vista dell’energia e delle comunicazioni.

Il guanto di sfida è stato lanciato. La Croazia può essere il ponte dell’Europa verso i Balcani. Certamente, i mattoni di cui questo ponte è costituito sono molto diversi l’uno dall’altro, e solo il collante dell’europeismo può permettere la realizzazione del sogno di una definitiva integrazione della popolazione croata con il resto dell’Europa.

Giovanni Gatto

Dottore in Relazioni Internazionali (LUISS “Guido Carli”)