Nei giorni scorsi la Bosnia-Herzegovina è stata scossa da una serie di manifestazioni di piazza contro il governo di Sarajevo. Le proteste sono iniziate nella città settentrionale di Tuzla per poi diffondersi in tutto il Paese, dalla capitale a Mostar passando per Zenica e Bihac.

A Tuzla, cuore industriale della Bosnia, gli scontri sono stati più duri. Circa seimila persone sono scese in strada ed hanno affrontato la polizia con lanci di pietre e fumogeni. Non sono state risparmiate le automobili e le vetrine dei negozi, prese di mira dai manifestanti. La scintilla che ha fatto scoppiare queste agitazioni popolari è stata la chiusura di alcuni stabilimenti industriali,  proprio a Tuzla. Le manifestazioni di solidarietà in favore degli operai degli impianti chiusi si sono diffuse in tutto il Paese. A Sarajevo i manifestanti hanno appiccato incendi e preso di mira gli uffici governativi. Le forze dell’ordine in tenuta antisommossa hanno risposto con il lancio di gas lacrimogeni e l’uso di proiettili di gomma.

Il Primo Ministro della Federazione autonoma bosniaco-croata, Nerkim Neksic, ha indetto un Consiglio dei Ministri a seguito degli scontri. “Abbiamo separato da un lato i lavoratori che hanno perso il lavoro ed alcuni diritti, e dall’altro tutti quei teppisti  che hanno sfruttato questa situazione per creare il caos” ha dichiarato dopo la riunione[1].

Non è stata solo la solidarietà a muovere le coscienze dei cittadini bosniaci. Infatti, in molte città si è manifestato per la critica situazione economica e per denunciare la corruzione che regna nella pubblica amministrazione del Paese[2]. Alla base delle proteste c’è quindi l’esasperazione per anni di inerzia e incompetenza.

Per anni la migliore descrizione della situazione politica della Bosnia-Erzegovina è stata “stagnante ma stabile”. Fino al 2006 sono stati fatti dei progressi per rendere la Bosnia un Paese più funzionale. Ma da allora la politica bosniaca è in una fase di stallo. Inoltre, come il resto degli altri Paesi balcanici, i bosniaci sono stati colpiti da una grave crisi economica. La disoccupazione è al 27,5% e nessun indicatore economico sembra indicare una ripresa imminente. Anche la situazione industriale non è delle migliori: le vecchie industrie dell’era socialista sono state lasciate alla deriva e le privatizzazioni sono state caratterizzate dalla corruzione e da investitori sciacalli che hanno  puntato più ai profitti che allo sviluppo industriale, portando alla bancarotta le aziende nazionali. Tutto ciò non ha svegliato gli animi dei bosniaci che ancora ricordano gli orrori della guerra che ha dilaniato il Paese nel triennio ’92-’95. I cittadini sono diventati apatici , spaventati e cinici. Le proteste sociali sono state assenti per paura di un nuovo conflitto.

Oltre ai brutti ricordi bellici, anche le divisioni etniche che contraddistinguono la Bosnia hanno contribuito all’immobilità del paese. Infatti, lo Stato è diviso in due entità: la Republika Srpska, guidata da Miloma Dodik, una federazione autonoma di etnia serba e la Federazione formata da dieci cantoni ognuno con un proprio governo, che è dominata dai bosniaci-musulmani e bosniaci-croati. Infine c’è anche la città autonoma di Brcko.
Secondo i termini degli accordi di Dayton che hanno sancito la fine della guerra nel 1995, è prevista una presidenza tripartita del paese con una rappresentanza paritetica tra serbi, croati e bosniaci. Dalla stipulazione di quegli accordi l’Europa e Washington hanno tentato di persuadere i leader bosniaci ad adottare la costituzione ma non hanno mai avuto successo. Tuttavia questo argomento ha sempre messo in secondo piano i problemi economici. Proprio per questo motivo però, la rabbia latente ha finito per scoppiare nelle agitazioni di questi giorni.

Dopo giorni di tensioni, la situazione nel Paese sembra stia tornando alla normalità. L’apatia indotta nel popolo bosniaco ha reso queste agitazioni non troppo efficaci. Basti pensare all’assenza di gruppi organizzati e di un programma preciso. Infatti, i sindacati che in una prima fase iniziale avevano avallato e sostenuto le proteste, in seguito ai primi episodi di violenza si sono tirati indietro. Ma l’assenza più pesante è quella della società civile. Infatti, ci sono fette del tessuto sociale bosniaco che hanno deciso di sostenere i manifestanti, ma allo stesso tempo molte Ong del Paese stanno temporeggiando nell’attesa di decidere se sia più o meno conveniente cavalcare il malcontento.

Ad ogni modo, nonostante alcuni aspetti di debolezza, i manifestanti hanno già lanciato al Governo le prime richieste. Le condizioni imposte più importanti sono le dimissioni della classe politica. Alcuni risultati sono stati raggiunti. Infatti, a Sarajevo alcuni politici sono stati costretti a dimettersi dopo tali pressioni. Il primo a farne le spese è stato il Primo Ministro cantonale Suad Zeljkovic, che è stato costretto a passare la mano dopo aver insultato un giornalista colpevole di avergli chiesto se, viste le manifestazioni di piazza contro il Governo, stesse pensando ad una possibile sua dimissione.

Anche altri premier dei diversi cantoni hanno dovuto lasciare le loro cariche: da Hamdija Lipovaça del cantone Una-Sana a quelli di Zenica-Doboj e Tuzla.

Dimissioni eccellenti ci sono state anche nella pubblica amministrazione e in particolare ai vertici del corpo di polizia[3].

Il 2014 potrebbe essere un anno di cambiamento per la Bosnia-Herzegovina. Infatti, quest’anno si terranno le elezioni politiche e verrà celebrato il centenario dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando che portò allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Però, è difficile dire se sarà un anno di svolta, poiché le proteste che hanno travolto il Paese non è certo avranno un seguito, vista l’esperienza delle agitazioni dell’estate scorsa a Sarajevo sfociate in un nulla di fatto. Inoltre, fino ad ora le proteste sono state una questione bosniaca. Infatti non hanno attecchito nelle aree abitate dalle etnie serbe o croate.

La Bosnia è stata in questi ultimi decenni un Paese lacerato da questioni etniche e problemi economici. Le proteste nei confronti di un governo poco efficiente sono sempre mancate. Ma le recenti manifestazioni di piazza denotano un risveglio nella coscienza dei bosniaci. E c’è già chi parla di “Primavera bosniaca”[4].

 

 


[1] Anon., Bosnia protesters attack presidency building, “Al Jazeera”, 8 febbraio 2014.

[2] Anon., Bosnia protesters attack presidency building, “Al Jazeera”, 8 febbraio 2014.

[3] R. Toè, Bosnia Erzegovina, la posizione della società civile, “Balcanicaucaso”, 10 febbraio 2014.

[4] T. Judah, Bosnian protests: a Balkan Spring?, “BBC”, 7 febbraio 2014.