Le elezioni per il Presidente della Repubblica del Montenegro, avvenute il 7 aprile 2013, hanno visto la conferma come prima carica dello Stato per il Presidente uscente Filip Vujanovic, esponente del Partito Democratico dei Socialisti del Montenegro (DPS). Vujanovic, al terzo mandato consecutivo dopo i successi del 2003 e del 2006 (le prime dopo la disgregazione della Jugoslavia) ha sconfitto l’ex ambasciatore Miodrag Lekic, unico candidato all’opposizione, esponente indipendente che aveva saputo raccogliere e conciliare le diverse forze antagoniste di Vujanovic. Ma su questa vittoria, a diversi mesi dalla proclamazione ufficiale, continuano ad aleggiare diversi dubbi e sospetti. A farne le spese, inevitabilmente, sono la governabilità del Paese e la situazione finanziaria della piccola repubblica balcanica.

LO SCENARIO POLITICO. Il Montenegro, Stato molto “giovane”, in quanto indipendente solo dal 21 maggio 2006, si è presentato alle elezioni presidenziali in un momento economico molto difficile per l’Europa in generale e per i Balcani in particolare, ma con le potenziali basi per una crescita molto veloce di qui a poco tempo. Solo il 29 giugno del 2012 sono stati aperti i primi negoziati di adesione all’Unione Europea, con la volontà per entrambe le parti di sconfiggere le reciproche diffidenze: da un lato, l’UE ha adottato dei requisiti molto rigidi per la concessione dello status comunitario, in particolare riguardo la corruzione e la criminalità; dall’altro, la repubblica slava ha dovuto superare il timore di diventare per gli europei una vittima della situazione economica creatasi con il problema greco, che ha trascinato nazioni ben più potenti e consolidate dal punto di vista economico come l’Italia. La forma di governo “alla francese” del Montenegro, con un Presidente della Repubblica con poteri ampi in politica estera e un Premier molto forte a livello interno, con la possibilità di una coabitazione “forzata” tra una prima carica di un colore politico e una seconda di un colore opposto, ha portato alla luce problemi di governabilità che, dopo la dissoluzione jugoslava, sono stati all’ordine del giorno in ogni nuovo Stato balcanico. Peraltro, i due mandati non coincidono, in quanto il Presidente rimane in carica per 5 anni mentre il Parlamento per 4. Il governo, presieduto da Milo Djukanovic (da molti definito un “astro eterno” del partito al potere da 23 anni, da altri, meno teneri, un “padrino”, in quanto più volte indagato per traffici illegali e corruzione), è composto da tre partiti che detengono, in coalizione, la maggioranza della Camera parlamentare, formata da 81 membri: il suo Partito Democratico dei Socialisti, il Partito Socialdemocratico e il Partito Liberale: primo segno di cambiamento del regime, visto che dal 2001 il DPS non ricorreva ad un’alleanza per mantenere la maggioranza parlamentare. Proprio i Socialdemocratici di Krivokapic si erano opposti alla terza candidatura di Vujanovic, vietata dalla Costituzione (che prevede solo due mandati per ogni Presidente) ma approvata dalla Corte Costituzionale, che ha considerato il mandato 2003-2006 riferito allo Stato Serbia-Montenegro e, quindi, non lo ha conteggiato come primo mandato per il Montenegro.

IL “PADRE DELLA PATRIA”. Filip Vujanovic, 59 anni, appoggiato da socialdemocratici, socialisti e nazionalisti, è Presidente del Montenegro ininterrottamente dal 2003. Da sempre appartenente al Partito Democratico dei Socialisti del Montenegro, fu Ministro della Giustizia nel governo filo-serbo guidato dall’attuale premier Djukanovic e Ministro degli Interni quando il premier voltò le spalle a Milosevic. Fervente nazionalista, il timore della stampa internazionale su una sua eventuale rielezione era quello di un ulteriore avvicinamento alla Serbia in un’ottica filo-slava, che vede alcuni Stati balcanici dall’incerto orientamento avvicinarsi, per non smentire la storia, alla “grande madre slava” Russia. Uno dei suoi più grandi successi è stata la pacifica separazione tra Serbia e Montenegro, avvenuta nel 2006 dopo quattro anni di convivenza più o meno pacifica in un unico Stato, oltre al rafforzamento dei rapporti tra Montenegro e NATO, l’organizzazione che solo pochi anni prima aveva bombardato i territori della piccola repubblica. Ciononostante, motivo di attrito tra Vujanovic e i serbi fu il riconoscimento montenegrino del Kosovo, tradizionale direttrice della politica estera serba.

L’EX AMBASCIATORE. Appoggiato dal Partito Popolare Socialista e dal movimento Montenegro Positivo, Miodrag Lekic, 65 anni, ha condotto l’opposizione alla maggioranza parlamentare dal 2012 riuscendo nella non facile impresa di riunire più movimenti politici dalle diverse provenienze storiche e convinzioni ideologiche: liberal-conservatori, serbi nazionalisti, civici progressisti, social-popolari, europeisti e minoranze bosniache, albanesi e croate. Attualmente professore di Tecniche del Negoziato Internazionale e Diplomazia presso le università romane LUISS Guido Carli e Sapienza, è stato una figura di spicco della diplomazia balcanica degli anni Novanta, ricoprendo le cariche di ambasciatore della Jugoslavia in Mozambico, Lesotho e Swaziland (1990-1992), Ministro degli Affari Esteri della Repubblica di Montenegro (1992-1995) e ambasciatore della Jugoslavia (Serbia-Montenegro) presso lo Stato italiano e Malta (per due mandati) fino al 2003. Le perplessità legate alla sua figura derivano dalla sua carriera diplomatica: è stato ambasciatore del governo criminale di Milosevic, salvo discostarsene durante la guerra per quanto riguarda gli atti nei confronti delle minoranze etniche. Moderato ed europeista, il suo programma elettorale si è basato sulla lotta alla corruzione che ha attanagliato il Montenegro nella sua breve storia indipendentista, sulla richiesta alla NATO di scuse formali per i bombardamenti del 1999 e sul riavvicinamento pacifico tra Serbia e Montenegro. Il suo obiettivo è soprattutto quello di rompere il lungo potere ultraventennale del partito che fa capo a Djukanovic, continuando la lotta senza quartiere alla corruzione e alla criminalità, fenomeni che ostacolano e danneggiano il cammino del Montenegro verso l’integrazione in UE e Nato.

LA TORNATA ELETTORALE. Il 19 marzo 2013 la Commissione Elettorale annunciò che solo due candidati avevano raggiunto abbastanza firme (7.000) per competere alla Presidenza. Da un lato, il Presidente uscente Vujanovic, appoggiato dalla coalizione di governo guidata da Djukanovic; dall’altro, l’ex ambasciatore in Italia per le repubbliche ex jugoslave Lekic, portavoce del Fronte Democratico. Urne aperte dalle 7 alle 20, affluenza di circa il 64%[1]. Su una popolazione di circa 650.000 abitanti e su 515.000 aventi diritto, furono registrati circa 326.000 voti validi[2]. I dati ufficiali riportano una vittoria di Vujanovic con il 51,2% delle preferenze (162.000 elettori circa) contro il 18,8% per Lekic (154.000 circa). Sin dalle prime ore, però, il candidato democratico ha rivendicato la vittoria, accusando il Presidente uscente di “colpo di Stato” e affermando la presenza di brogli elettorali, smentiti subito dall’OCSE. Secondo i calcoli del rappresentante di Lekic Goran Danilovic, l’ex ambasciatore avrebbe ricevuto il 50,5% delle preferenze contro il 49,5% di Vujanovic, il quale, alla televisione di Stato, aveva già annunciato la vittoria ancor prima di completare il conteggio, suscitando le accuse di brogli elettorali da parte degli oppositori. Lekic ha denunciato la presenza di irregolarità soprattutto sui voti ricevuti per posta. Già il 9 aprile, due giorni dopo il voto, la Commissione Elettorale ha comunicato all’agenzia France Press è stato comunicato l’esito ufficiale del voto, che ha confermato Vujanovic alla Presidenza.

IL FUTURO, ANCORA UN PUNTO INTERROGATIVO. Rispondendo alle domande dei giornalisti, Vujanovic ha subito affermato che l’integrazione europea e euro-atlantica è una “necessità” , e di essere “convinto che questa vittoria sarà più grande della precedente, l’appoggio sarà maggiore e soprattutto continueremo, quello che i cittadini si aspettano: un forte sviluppo economico, nuovi investimenti, nuovi posti di lavoro, e una migliore qualità della vita”; ma qualche mese dopo, il Montenegro si è ritrovato in una situazione di stallo ed incertezza politica, visto il risicato risultato elettorale e le spinte secessioniste da parte di molti partiti di coalizione. Non è la prima volta che si verifica una situazione simile alle elezioni montenegrine. Tra dicembre 2002 e febbraio 2003, le elezioni presidenziali fallirono due volte a distanza di pochi mesi, soprattutto a causa dell’opposizione guidata dal Partito socialista montenegrino (SNP) di Predrag Bulatovic. Sconfitti pesantemente nelle elezioni legislative di ottobre prima, che avevano dato all’ex presidente Milo Djukanovic la maggioranza assoluta in Parlamento, i socialisti poterono contare sull’arma dell’astensione. La scarsa governabilità rimane uno dei principali problemi per un Paese in profonda crisi economica e fatto oggetto dei ripetuti inviti della Commissione europea a intensificare la lotta a corruzione e criminalità organizzata. Inoltre, la disoccupazione ha raggiunto quasi il 20%, e con un salario medio inferiore ai 500 euro buona parte della popolazione fa fatica a far fronte ai bisogni primari della vita quotidiana. Inviti a ridurre la spesa pubblica e aumentare la tassazione sono arrivati anche dal Fondo Monetario Internazionale, da parte di Nadeem Ilahi, capo della missione del FMI in Albania, che prevede una modesta crescita economica nel 2013, pur non fornendo una cifra precisa: la Banca Mondiale parla di un 0,8%, mentre il governo prospetta un tasso del 2,5%. Di certo, pur avendo perso le elezioni, Lekic ha riportato una vittoria politica: nessun oppositore del fronte di Vujanovic si era mai avvicinato tanto all’attuale Presidente, più volte accusato di aver frenato la “occidentalizzazione” montenegrina per aver nascosto, e quasi incoraggiato, corruzione, proliferazione di traffici illeciti, crimine organizzato e traffico di droga nel Paese, oltre ad aver favorito la nascita di monopoli economici e di aver aumentato a dismisura la spesa pubblica; tanto più che i socialisti di Krivokapic, storici alleati del DPS, hanno manifestato più volte opinioni contrarie al partito alleato, pur rimanendo sospesi tra un voto sfavorevole e il mantenimento dell’alleanza. La coalizione di Lekic sembra votata al futuro, avendo trovato il giusto bilanciamento tra interessi nazionalistici ed europeistici; si parla da più parti di “primavera montenegrina”, ma su Lekic rimane la “macchia” di ambasciatore del criminale di guerra Milosevic.

Giovanni Gatto

Dottore in Relazioni Internazionali (LUISS “Guido Carli”)