Domenica 20 ottobre 2013 si è tenuto a Podgorica il più grande Gay Pride nella giovane storia del Montenegro. Per l’occasione, un corteo organizzato dall’associazione Queer Montenegro, a cui hanno aderito 150 rappresentanti delle associazioni per i diritti degli omosessuali, provenienti anche dai Paesi confinanti, ha sfilato nelle vie della capitale montenegrina alla presenza del Ministro per i Diritti Umani e delle Minoranze Suad Numanovic.

Il corteo era stato concesso dal Presidente della Repubblica Vujanovic in un’ottica di avvicinamento all’Unione Europea, che in questi mesi sta valutando la richiesta di adesione da parte dell’esecutivo appena rieletto, e che aveva chiesto al governo montenegrino di fare molto di più dopo la legge contro l’omotransfobia del 2010. Il rispetto dei diritti umani, una delle condizioni per l’ingresso nel sistema comunitario, è una delle carte che la riconfermata amministrazione può giocarsi per iniziare ad affermare la propria voce nell’UE. Ma la manifestazione è stata oggetto di numerose polemiche politiche e di vergognosi fatti di cronaca.

Le prime critiche all’evento sono arrivate dall’opposizione parlamentare. L’alto funzionario del Fronte democratico Nebojsa Medojevic ha affermato che il Pride fosse solo una sorta di specchietto per le allodole che l’amministrazione Vujanovic ha utilizzato per “ingraziarsi” Bruxelles, nascondendo piuttosto i problemi, secondo lui più gravi, della corruzione e del debito pubblico, di cui l’attuale premier è stato considerato responsabile e che sono state oggetto principale della campagna elettorale delle presidenziali. Altro parere negativo sulla manifestazione è arrivato anche dalla deputata Branka Bosnjak, che ha ritenuto “prematuro” un secondo Gay Pride dopo quello, il primo in assoluto, tenutosi nel luglio scorso nella cittadina costiera di Budva. Inoltre, secondo la Bosnjak l’evento potrebbe avere “effetti collaterali” per un movimento che vuole uscire dall’anonimato, ma che ancora non è condiviso dalla maggior parte della società montenegrina.

Commenti positivi sono invece arrivati dalla maggioranza di governo, dalle capitali occidentali e da Bruxelles. Jelko Kacin, responsabile dei rapporti tra Montenegro e UE, ha lodato la “risolutezza messa in atto dall’attuale governo del Montenegro” e ha auspicato un’accelerata dei negoziati di adesione, promettendo un’apertura dei capitoli 23 e 24 della procedura entro fine anno. Il ministro montenegrino Numanovic ha inoltre assicurato che “il Montenegro non permetterà più a nessun cittadino di sentirsi meno degno come persona o poco protetto dallo Stato”. L’ambasciatore presso i Paesi Bassi Stokvis ha affermato che la comunità LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) sarà difesa dal governo montenegrino e che il riconoscimento dei loro diritti è “un segno di democrazia, come il diritto di riunirsi, dimostrare ed esprimersi liberamente, valori importanti per tutti, per l’Europa e per i Paesi Bassi in particolare”.

Nonostante un cordone di sicurezza di 2000 agenti di polizia (si stima fossero la metà delle forze attualmente disponibili in Montenegro), molti sono stati gli scontri sul perimetro della manifestazione. Circa 1500 estremisti, provenienti da gruppi ortodossi o dalla minoranza serba, hanno causato disordini compiendo atti vandalici nei confronti di edifici pubblici e privati (colpita anche la sede del quotidiano Vijesti) e tentando di forzare il blocco della polizia, che in tre ore ha riportato l’ordine arrestando circa 60 contestatori, come ha affermato la portavoce della polizia Tamara Popovic. Sessanta sono stati anche i feriti (secondo le fonti, 40 manifestanti e 20 poliziotti), che fortunatamente non hanno colpito il corteo pacifico. Le parole del metropolita del Montenegro del Litorale Amfilohije Radovic (che ha considerato la marcia una “parata immorale” tenuta solo per aggraziarsi l’Unione Europea) non hanno di certo aiutato a smorzare le polemiche, fotografando però una situazione che vede ancora la popolazione del Montenegro scettica nei confronti dei diritti degli omosessuali. Un recente sondaggio, a sostegno di questo, riporta come i 2/3 della popolazione ritengano l’omosessualità una malattia e l’80% credono che debba rimanere nella sfera privata.

Il primo Gay Pride montenegrino si  era tenuto nella piccola cittadina costiera di Budva. Anche lì ci furono scontri tra oppositori estremisti, circa 200, e polizia, anche se i manifestanti erano solo 40. La manifestante Ljiljiana Reicevic, presente alle due marce, ha affermato che, a Budva, il messaggio fosse “ecco il Montenegro che non vuole gli LBGT”, mentre Podgorica ha dato il messaggio opposto, di protezione da parte del governo e di condanna alle violenze. Dello stesso ordine di idee uno degli organizzatori, Danijel Kaledzic, che ha affermato: “da oggi le strade di Podgorica sono anche nostre, i gay non sono più invisibili in Montenegro”.

Lo svolgimento della manifestazione lascia aperte alcune domande: sarà sufficiente un’apertura ai diritti degli omosessuali per rendere il Paese eleggibile per lo status di membro comunitario? Riuscirà la manifestazione a invertire la tendenza omofoba, o quanto meno scettica riguardo i diritti dei gay, della società montenegrina? Infine, nell’agenda politica del governo di Djukanovic, appoggiato dal Presidente della Repubblica Vujanovic, troveranno risposta le richieste dell’opposizione riguardo la lotta alla corruzione? In ogni caso, il Montenegro si avvia verso trasformazioni epocali, per le quali saranno necessari coraggio e sostegno da parte di tutte le fazioni politiche.

Giovanni Gatto

Dottore in Relazioni Internazionali (LUISS “Guido Carli”)